#Femminicidio

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ph: Giulia Taurino/Associazione Ghenos Mesagne

ph: Giulia Taurino/Associazione Ghenos Mesagne

Femminicidio, violenza di genere, violenza sulle donne. Raptus, follia, gelosia, onore. Amore, troppo amore. Amore malato. Amore criminale.

Picchiate, stuprate. Uccise. Morte ammazzate. Poverine. Ma quante sono? Molte. Troppe. Aiuto! Emergenza. Ma che dite?! Sono poche. Troppo poche. E, allora, di cosa stiamo parlando? Di niente.

Già, perché di parole ce ne sono tante, troppe. Ma parlano di altro. Non di quello. Quello che avviene. E, così, anche se avviene, avviene per davvero, le tante, troppe parole camuffano, annullano. Negano un nome.

Scrive Hannah Arendt a proposito delle cose che non hanno un nome:

Per il mondo e nel mondo ha stabilità solo ciò che si può comunicare. Ciò che non viene comunicato o non si può comunicare, che non è stato raccontato a nessuno e non ha colpito nessuno, sprofonda senza significato è condannato alla ripetizione. Si ripete perché, anche se è accaduto realmente, non ha trovato nella realtà un luogo dove fermarsi. 

E, allora, facciamo in modo che quello che avviene, che avviene per davvero, si fermi dentro di noi. Noi che siamo femmine e della realtà ne facciamo parte.

Abbiamo le parole per dirlo

dice Ghenos, associazione di Mesagne. Il mio paese. E quelle parole ci sono. Dentro di noi. Dentro di me. E, allora, parto da me. Come sempre, quando parlo femminese. Parto da me ora, oggi, 25 novembre 2013, per ri-significare quelle tante, troppe parole.

Ma non è facile. Scrivo, cancello e riscrivo di nuovo. Quelle tante, troppo parole finiscono per abitarti, d’abuso. «Parti da te, Annaccì: è quello il trucco», mi dico. Ma non ne ho mai avuto esperienza. Di botte, ferite, intendo. Perché è quella la violenza sulle donne, no? La violenza che lascia i lividi. Come quelli delle pubblicità progresso. No. La violenza sulle donne non è solo quei lividi.

Perché la rabbia che provo guardando quei lividi è troppo intensa, perché siano solo lividi. Dietro quei lividi, io ci vedo altro. Ci vedo un furto di sogni. Come in quel corto. Come si chiamava? Piccole cose dal valore non quantificabile. E io di sogni ne ho esperienza. Tanta. Perché tanti tantissimi sono i sogni che una ragazza può avere. Una ragazza come me, come tante. Come tutte.

E dicendo ‘sogni’ mi accendo. Non più di rabbia. Ma di forza. Via i lucchetti, quindi. I sogni non si proteggono. Si dicono, si chiamano per nome. Anche quelli. Perché, chiamandoli, i sogni esistono. Esistono per noi che li chiamiamo. Esistono per gli altri e le altre che li sentono chiamare. E se i sogni esistono, esisto anche io.

E non sono più oggetto da possedere, esibire, proteggere. Sono una ragazza che ha tanti, tantissimi sogni. E come tante, come tutte, quei sogni desidera realizzarli.

[L’immagine ‘Abbiamo le parole per dirlo’ è stata realizzata dalla giovane fotografa Giulia Taurino]


2 thoughts on “#Femminicidio

  1. aspettavo trepidante un tuo articolo…ed eccolo qua sempre a cogliere nel segno, tanti piccoli frammenti che rendono tangibile e tremendamente realistico tutto quello che scrivi! 🙂

    • Grazie Roberta, che bello ricevere un tuo felice riscontro. Soprattutto su questo post. Che è tra i più cari e tra i più difficili che abbia mai scritto. Ai prossimi post e se hai spunti, consigli, riflessioni proponimi pure. Perché il corto che mi ha fatto svoltare il post, l’ho visto, la prima volta grazie a te.

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