Turista a casa mia #2

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Lecce Puglia

Continua da Turista a casa mia #1

Ascoltando le pietre parlare. Osservando le pietre danzare.

Faccio la strada a ritroso. Verso il cuore. Verso La Piazza. Piazza Sant’Oronzo. Ed è grande. Così grande che uno sguardo non basta, per abbracciarla tutta. Ma è di quel grande che accoglie, piazza Sant’Oronzo. Come Oronzo. Che Lecce la protegge. Dall’alto altissimo della colonna. Di quella colonna che ancora sa di sale. Ma La Piazza, non è solo Oronzo. È anche pietre. Pietre di anfiteatro. Che parlano. Parlano la lingua della storia. Quella che anche se non la capisci bene, la senti. E ti emoziona. Non solo. La piazza è la Lupa. E anche lei la città la protegge. Ma da madre. Dal basso bassissimo della terra.

Mi inoltro nelle periferie del cuore. Senza meta. Come un’esploratrice. Di qua e di là, per i suoi angusti e graziosi vicoli. Bianchi e pulsanti. Di forza creativa. Come quella dell’artigiano che con la carta straccia ci fa madonne, angeli e contadini. Mi perdo nelle periferie del cuore. E nei suoi dettagli. Come la conchiglia sulla porta di quel palazzo. O lo stemma sulla portone di quell’altro. O quel drago. Che regge il lampione, all’entrata delle poste.

La meta la decido lì per lì. Come quella chiesa. Che è un po nascosta. E non è tanto grande. Ed è aperta. Ci entro. Ed è subito un tuffo al cuore. Perché le pietre, sull’altare di quella chiesa, non parlano. Danzano. Vorticano. Neanche fossero vive. E danzando e vorticando si trasformano in fiori e foglie e in mille altre cose.

Esco un po’ frastornata. Come dopo un giro in giostra. E si sa, i giri in giostra non bastano mai. Lecce mi accontenta. Perché, imbocco un vicolo. Uno qualsiasi. E passo dopo passo si srotola come pergamena un’altra chiesa. Questa, grande grandissima. E anche sulla sua facciata le pietre danzano. E alcune si trasformano in animali. Di quelli che esistono solo sulle chiese.  Alzo la testa. Come per la piazza, uno sguardo non basta. E un finestrone di luci colorate si staglia su un cielo ormai scuro e carico di nuvole. Sono ancora a testa in su, che sento una goccia. E un’altra. E un’altra ancora. Eh sì, è proprio pioggia. Che mi dice che è tempo di tornare. Di tornare dalla mia amica. Che Sabon tra un po’ chiude.

Sono attrezzata. A Pisa, ho imparato a mettere l’ombrello in borsa, alla prima nuvola. Lo apro. Le strade del cuore sono tutte per me. Il resto della gente si ammassa ai lati, in cerca di riparo. A parte i bambini e le bambine. Come lui che dal tettuccio del passeggino sporge i piedini nudi, per sentirla la pioggia. E lei  che con le braccia e la testa al cielo dalla pioggia non si ripara. Le va incontro. E l’altra. che poco più in la, la imita.

Vorrei imitarla anch’io. Ma non sono ancora così bambina. Di quella pioggia mi limito ad assaporarne il tintinnio delicato. Il profumo fresco. Il tintinnio e il profumo della pioggia di una sera d’estate a Lecce.


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