Margherita e la carta d’identità

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Margherita ha lo sguardo fiero, fermo. Ma quando il guizzo dell’intuizione la sorprende, a più di sette decadi di esistenza, sorride ancora come la bimba che pregusta una marachella. è con quel sorriso, che mi disse – Ti devo raccontare quello che mi è successo in Comune!
Eravamo nel cortile della Casa della donna di Pisa. Il sole di luglio riscaldava i nostri progetti, le nostre idee di un mondo diverso. La ascoltai con attenzione e, alla fine, le dissi – Scrivi. Scrivi quello che mi hai raccontato. Poi lo pubblichiamo su Vita da femmina.
Margherita ha scritto e io ho pubblicato. Il nostro desiderio è che il racconto della sua esperienza, inneschi, tra chi leggerà queste righe, altri racconti di esperienze simili. 

Pisa. Una mattina di giugno 2015
Mi sono accorta che la mia carta di identità è scaduta e parto per andare in Comune a rinnovarla. Le piccole foto le ho già con me. Me le sono fatte fare tempo prima, dalla mia amica fotografa. Me ne ha fatte tante e io ho scelto la più carina.

Arrivo al Comune, c’è tanta gente ma io non ho fretta e mi siedo paziente. Accanto a me, dopo un po’ una donna comincia ad agitarsi e mi rivolge la parola. In realtà non parla con me, è così arrabbiata che parlerebbe con chiunque le fosse vicino. Si lamenta del servizio, di come si lavora qui in comune e conclude: – queste cose succedono solo a Pisa.

Sono tentata di aprire il dibattito, ma resisto e taccio.
In quante altre città avrà vissuto questa donna tanto da poter fare dei paragoni così precisi? Forse in nessuna. E perché allora lo dice?
Perché ora si dice così: “solo in Italia…”, “solo a Pisa…”.
La guardo e penso che magari non è una di quelle donne che prendono e fanno un reclamo scritto o chiedono di parlare con chi dirige il servizio.
Penso che questa donna sia abituata così anche in famiglia, a sfogarsi, a dire che solo lì si sta così male e a non fare qualcosa per cambiare.
Cambiare è difficile, anche marca del caffè, delle sigarette. Figuriamoci la vita! Penso che noi donne, fin da piccole, siamo abituate a sopportare, magari borbottando, ma ad agire meno.
E mi dico: – speriamo che anche io non diventi così. Speriamo che la voglia di vedere le ingiustizie e provare a eliminarle mi rimanga.
Penso alle mie amiche/compagne. È con loro che ho imparato a vedere le ingiustizie, è con loro che ho provato a eliminarle. Ricordo gli striscioni colorati, i manifesti per le strade di Roma attaccati, di nascosto, di notte.

Scatta il mio numero e vado allo sportello dove c’è un’impiegata. Mi dà un modulo da riempire: tutto al maschile. Io lo correggo e non fiato, ma so quello che mi aspetta. So che la carta di identità che mi verrà consegnata è quella che mi darebbero, se fossi un maschio.
Cognome e nome. Poi: Nato. Al maschile, e basta. È stampato e non si può correggere, anzi non si deve correggere, sennò il documento non è valido, e c’è anche una penale!
E se mi chiamassi Loris, da cosa lo capiranno che sono femmina?- penso – Non si può nemmeno indicare il sesso.
Mugolo tra me e me. L’impiegata dice di firmare sotto la mia foto, dove è stampata la scritta Firma del titolare. Ma io non sono ‘un’ titolare, maschio. Prendere o lasciare. Firmo.
Poi, subito sotto leggo: Il sindaco. Anche per le sindache, femmine.
Ma il sindaco non sta allo sportello e, quindi, sotto ci viene stampato un timbro col nome di chi è lì, a farne le veci. Nel timbro c’è scritto: Il funzionario incaricato e, subito sotto, Donatella F. La guardo questa Donatella: non mi sembra un funzionario incaricato.

Vorrei dirle, da donna a donna – Donatella, ti sei mai accorta che ti fanno firmare come se tu fossi un uomo? – ma non dico nulla. È caldissimo, c’è una lunga fila di persone in attesa. Non vorrei che mi fraintendesse, non vorrei che si sentisse criticata.
Eppure, il Sindaco lo dovrebbe sapere che il suo statuto, lo statuto del comune di Pisa recita che si devono coniugare al femminile tutte le cariche del comune ricoperte da donne.
Ma non mi arrabbio più di tanto, so che posso organizzare qualcosa. Penso alle nostre bisnonne con i gonnelloni che, in tutta Europa, tanto hanno fatto per ottenere quei diritti civili di cui anche noi ora godiamo. E io? E noi? Siamo da meno?

Questa storia della carta di identità tutta scritta al maschile, come se in Italia fossero tutti e solo uomini, deve finire e so che ci possiamo organizzare. La denuncia, da tempo, l’abbiamo messa nel blog Il sessismo nei linguaggi, ma sento che si può fare altro.
Penso di nuovo alle mie amiche/compagne. Penso ad Annachiara che ha un blog e scrivo quello che mi è accaduto, che ho sentito. Chissà, forse lo pubblicherà.
Forse lo leggerà anche Donatella F. Chissà cosa penserà, riscoprendosi funzionaria incaricata. Mi piace pensare che anche lei, come me, sentirà il desiderio di cambiare le cose.

Margherita


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