Perché non firmerò la petizione Adci

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[Antefatto]

Questa è l'immagine che ho condiviso sulla pagina facebook di Vita da femmina, qualche giorno fa. L'immagine sostiene la petizione contro la pubblicità sessista, lanciata dall' Adci (Art Directors Club Italiano). La petizione, rivolta alla ministra Josepha Idem, chiede che "La Risoluzione del Parlamento Europeo del 3 settembre 2008"  venga recepita e tradotta «in indirizzi chiari e in poche norme semplici e vincolanti, tali da permettere di scoraggiare e sanzionare con maggior incisività la pubblicità sessista.

[Perché ho condiviso l'immagine]

Ho condiviso l'immagine, perché mi ha colpito. Mi ha colpito come solo la forza dell'immagine sa fare, soprattutto se usata ad arte. Come in questo caso. Ho condiviso, perché ho riconosciuto un mio sentire. Un mio disagio. Il disagio di essere costantemente immaginata. Immaginata, secondo un immaginario che non è mio. Perché maschile. Un immaginario maschile che spacciandosi per neutro è diventato universale  Ed ha cancellato il mio di immaginario. Che è femminile. Un immaginario cancellato. Ma esistente. Un immaginario che non conosco. Ma che intuisco. Sento. E che desidero ricostruire. Per poterlo agire.

[Perché non firmerò la petizione]

Indirizzi chiari, norme semplici e vincolanti, sanzioni possono aiutarmi a costruire e ad agire il mio immaginario? No, anzi.

Non desidero essere immaginata, così come non desidero essere protetta o aiutata. Chiedere norme, indirizzi, vincoli, sanzioni risponde proprio a quell'immaginario, maschile che si crede neutro ed universale. E che immagina la femmina agita. Agita da principi azzurri come da Mastrolindi. Da mariti come da legislatori.

Non desidero essere immaginata, così come non desidero diventare "pari a"  o "uguale a". Perché non sono "minore a". Sono una femmina che vive in un immaginario non suo.

Quello che desidero, lo ribadisco, è ricostruire l'immaginario femminile. Come? Da femmina. E quindi insieme ad altre femmine. Perché è in loro che sento, intuisco il mio immaginario. Ed è solo con loro che posso ricostruirlo. È solo con loro che posso agirlo. Ed è difficile. E doloroso. Ecco perché al posto di indirizzi, norme, vincoli chiedo percorsi di formazione. Ma la formazione che chiedo è una formazione alla differenza. Non alla parità. Una formazione all'empowerment. E non alla rivendicazione. Una formazione alla Labodif, insomma.


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