Fiori nelle granate

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Fiori nelle granate

Da giorni, oramai, scorrono sullo schermo le notizie degli ultimi bombardamenti israeliani sulla striscia di Gaza. Ennesimo rigurgito dell'annoso conflitto israelo-palestinese. «È un conflitto complesso», dicevano i professori dalle cattedre dell'università. E ci diedero un libro. Lo studiai, per trovare un senso a quel complesso conflitto. Ma ci trovai solo un'ordinata e ricercata sequela di guerre, trattati, numeri, anni. C'erano anche nomi, tanti nomi. Ma solo di quelli che contano. E cartine, tante cartine. I libri sui conflitti ne sono sempre piene. Come se il senso fosse lì, tra quelle linee chiamate 'confini'. Scorrevo l'indice lungo quelle linee, come una rabdomante alla ricerca dell'oro. Ma non ho ci ho mai trovato niente. Nessuno. Solo angosciante impotenza. 'Non avrà mai fine questo complesso conflitto', mi dissi. Chiusi il libro.

E, poi, è arrivata lei, la donna palestinese che pianta e coltiva fiori nelle granate.

Vive nel villaggio di Bil'in, proprio lì, tra le linee delle cartine di quel libro universitario. Lei un nome non ce l'ha. L'ho cercato tanto, sul web. Non l'ho trovato. Per il mondo, chi non conta non ha un nome. Ma quella donna conta per me. E conta tanto. In quelle mani che riempiono di vita strumenti di morte, non c'è il senso di quell'annoso e complesso conflitto. Quel senso, per quanto non lo riconoscessi mio, era tutto in quel libro, in quei trattati, in quelle date, in quelle cartine, nei nomi di quelli che contano. Nelle mani di quella donna io ho ritrovato molto di più. Nelle mani di quella donna ho ritrovato me stessa. Ho ritrovato l'incandescente potenza che mi fa dire 'Si può fare!'.

Eppure, quella donna non ha un nome. Non mi sta bene. Le darò io un nome. La chiamerò Dulcinea. Come la Dulcinea che Marcela Serrano fa rivivere, in un suo racconto, e le fa dire:

Io sono lei e non un'altra. Eppure sono te e sono tutte voi.

Dulcinea è arrivata è arrivata a me, sulla pagina Facebook di Labodif. Labodif è la mia scuola, una scuola differente. Non ci sono professori. Ci sono maestre. «Il mondo è neutro universale, di fatto maschile» dicono le maestre, dall'altra parte del tavolo. E loro, le maestre, non mi danno libri. Nominano, nominano altre femmine in cui scorgere me, tutte. In cui scorgere un altro mondo. Un mondo differente.


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