«Così, l’Islam è nato tra le braccia di una donna innamorata»

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La donna nell’islam: una questione tanto affascinante, quanto controversa. Una questione tanto urlata, quanto ignorata. Una questione che ho sentito di dover approfondire. Per un sentimento di empatica sorellanza. Per scrupolo accademico. E, perchè no, come opportunità di riflessione su quella che è un’importante componente della mia identità: l’essere donna.

Ho, quindi, pensato di proporre, in questa sede, un testo tratto dalla mia libreria personale. “Donne del Profeta” di Fatima Mernissi. Donna, islamica e marocchina, Fatima Mernissi è anche un’affermata sociologa che, ormai da anni, presta il suo impegno e il suo sapere alla causa del femminismo islamico.


Femminismo islamico. Una di quelle diciture ibride e insidiose che noi occidentali tendiamo a coniare per riportare in paradigmi familiari fenomeni altrimenti sfuggenti. Partire da una definizione in negativo potrebbe, quindi, rivelarsi utile: il femminismo islamico non ha niente a che fare col femminismo occidentalmente inteso. Le femministe in questione sono donne, islamiche, che rivendicano diritti e giustizia, attingendo direttamente dal Corano e dalla Sunna (tradizione). Quelle stesse fonti che ulama (esperti di diritto islamico) e droghieri di fiducia (citando l’aneddoto personale riportato dalla Mernissi nel suo libro) utilizzano per ridimensionare il ruolo della donna nella vita pubblica e privata.

Il paradosso, solo apparente, è insito nella natura stessa della sharia. La retta via (letteralmente) che ogni musulmano deve seguire, perché possa dirsi un buon musulmano. Una via tracciata secoli orsono, spesso lacunosa, ambigua, se non oscura. L’esegesi delle fonti sciaraitiche è, dunque, un passaggio obbligatorio. Considerato ciò, è facile dedurre quanto rilevanti possano essere i riverberi sociali e politici di un’operazione ermeneutica così difficile e delicata.

Si consideri la fonte sciaraitica per eccellenza: il Corano.

Il Testo Rivelato da Allah a Maometto, suo Profeta. Dio che si fa Verbo, Dio stesso.

Un testo sì spirituale, ma anche estremamente pragmatico. Un testo a cui i musulmani si rivolgono per gestire ogni dimensione della vita. Dalla sfera pubblica, a quella più intimamente privata.

Una componente, quest’ultima, che ai nostri occhi appare inspiegabilmente ridondante e paternalistica. Coglierne il senso, tuttavia, non è poi così difficile. Occorre semplicemente contestualizzarla. Operazione che la Mernissi compie magistralmente, realizzando un’analisi sospesa tra storia e leggenda, scienze e fede, umano e divino.

Considerando l’anarchia imperante nelle comunità pre-islamiche, lo zelo legislativo del Corano e dell’islam stesso, stupisce fino ad un certo punto. Uno zelo applicato, non da ultimo, anche alla disciplina dei rapporti tra uomo e donna. Da qui, la centralità dell’istituzione matrimoniale. La stessa poligamia, praticata fino a quel momento in maniera selvaggia, fu sottoposta a rigidi limiti quantitativi e a regole comportamentali ben precise. Discorso analogo fu applicato al ripudio, pratica pre-esistente, ma che Maometto incasellò in un procedura rigorosa e imprenscindibile. Il tutto, secondo un generale auspicio alla reciprocità dei ruoli.

Cambiando semplicemente prospettiva, quindi, sembrerebbe che Maometto volesse tutelare le donne, piuttosto che limitarne il ruolo.

Del resto, «l’islam è nato tra le braccia di una donna innamorata». Le braccia erano quelle di Kadija, prima moglie di Maometto, nonchè prima credente. Quando Maometto ricevette le prime rivelazioni ne fu letteralmente terrorizzato. Temeva che le ripetute visioni dell’arcangelo Gabriele fossero chiari segnali di follia. In preda al panico, quindi, si recò da sua moglie Kadija. Questa, abbracciandolo, gli credette senza batter ciglio e, a riprova di ciò, non esitò a recitare la shahada, la dichiarazione di fede islamica.

La figura di Kadija diventa ancor più significativa, se si considera la sua storia personale. Due volte vedova, Kadija aveva ereditato dall’ultimo marito un’ingente somma di denaro che decise di investire in affari commerciali. A questo punto, a stupire è piuttosto, la cronica assenza di donne manager nel mondo arabo-islamico contemporaneo. Ma le sorprese continuano. Fu, infatti, Kadija a scegliere Maometto. Prima come suo dipendente e poi come suo sposo.

Maometto, di contro, non ha mai fatto mistero dell’amore e della stima che nutriva nei confronti delle sue mogli che, dopo la morte di Khadija, divennero parecchie. Marito dolce e premuroso, Maometto era solito coinvolgere le mogli nella sua vita pubblica. Le voleva accanto a sé durante le battaglie. Chiedeva loro consigli. E, addirittura, incoraggiò una di loro a guidare la preghiera in moschea. Maometto si circondò, infatti, di donne estremamente belle, nonché intelligenti e acute. Alcune di loro, in più occasioni, riuscirono a tener testa, personalmente, alle angherie maschili e alle pretese misogine che ancora serpeggiavano tra gli uomini della prima comunità islamica.

Già. Le vecchie abitudini sono dure a morire. E Maometto, questo, lo sapeva bene. Lasciare totalmente inascoltate simili lamentele avrebbe compromesso irrimediabilmente il suo grande progetto politico: unire le litigiose tribù arabe sotto un unico Dio. Non è un caso, infatti, che la rivelazione dei versetti più misogini coincida, storicamente, con i numerosi momenti di crisi attraversati da Maometto, durante la sua epica avventura.

Fu così che lo hijab discese sulle donne. È interessante, a questo punto, analizzare il concetto di hijab, ormai comunemente associato al velo, inteso come indumento obbligatorio femminile. Indumento, divenuto simbolo della segregazione islamica delle donne.

In realtà, il versetto 53 della sura 33, cui si fa discendere tale pratica, non si esprime in termini così perentori:

O voi che credete

Non entrate negli appartamenti del Profeta

A meno che non siate stati autorizzati in occasione di un invito a pranzo.

E in questo caso, entrate solo quando il pasto è pronto ad essere servito.

Se dunque siete stati invitati (a pranzare), entrate, ma ritiratevi non appena

avete finito di mangiare, senza abbandonarvi a conversazioni familiari. Una

simile negligenza dispiace (yu’di) al Profeta che ha ritegno a dirvelo.

Dio, però, non ha ritegno a dire la verità.

Quando andate a domandare qualcosa (alle spose del Profeta) fatelo dietro un hijab.

Ciò è puro per i vostri cuori e per i loro.

Curioso: il versetto che ha segnato il destino di generazioni di donne islamiche sembrerebbe piuttosto il decalogo dell’ospite perfetto. Ancora. Il termine arabo hijab ha una valenza lessicale vastissima. Nella fattispecie, sembrerebbe rimandare più ad una “cortina” che ad un indumento.

Come è avvenuta la sua trasformazione di senso? Furono gli uomini più intransigenti della prima comunità medinese a premere su Maometto perchè lo hijab divenisse simbolo di distinzione tra donne libere e donne schiave, tra donne rispettabili e prostitute, tra donne intoccabili e donne passibili di violenza. Una logica prettamente pre-islamica che tornò prepontemente alla ribalta, approfittando di un Maometto stanco, vecchio e provato dalle battaglie.

Un capitolo a parte meritano poi gli ahadith, le dichiarazioni attribuite a Maometto e che costituiscono la Sunna, la seconda fonte di diritto islamico, dopo il Corano.

Gli ahadith servono a colmare le lacune del Corano e a chiarirne i punti più oscuri. Il problema è che già nei dei primi due secoli successivi alla morte di Maometto, si assistette ad una spaventosa proliferazione di ahadith. Molti di questi, ovviamente, poco attendibili, se non addirittura falsi. Con la morte del leader carismatico, l’armonia degli esordi (a dire il vero, già precaria) svanì, lasciando il posto a bieche lotte di potere. In un simile contesto, chiunque avesse un problema da risolvere o semplicemente un capriccio da soddisfare, non doveva fare altro che “ricordare” lo hadith che facesse al caso suo. In realtà, presa seriamente, la trascrizione degli ahadith è un’operazione estremamente rigorosa. Una vera e propria scienza. C’è chi ha dedicato tutta la vita a cercare, verificare e trascrivere fatti e detti del Profeta. Ed è su questo piano che la Mernissi si è mossa per dimostrare la scarsa attendibilità dei cosiddetti ahadith misogini. Una missione difficilissima, perchè molti di questi ahadith hanno ricevuto l’insindacabile garanzia di autenticità, da parte di auterevoli e scrupolosi esperti di diritto islamico. Ma la Mernissi non si è certo persa d’animo. «Perché mai il Profeta avrebbe pronunciato un hadith che mi ferisce, tanto più che questo genere di affermazioni non ha niente a che vedere con quello che ci raccontano della sua vita?».

Ampliando la prospettiva ed estendola all’islam nel suo complesso, l’impegno e il discorso di Fatima Mernissi ne esce ulteriormente rafforzato. Contrariamente a quanto si è soliti pensare, l’islam è una religione estremamente flessibile. Proprio grazie alla sua capacità di adattamento, oggi, la comunità dei credenti conta circa un miliardo di individui e si estende per un’area geografica ampia e variegata. Una così marcata attitudine evolutiva, progressiva e contestuale fornisce, quindi, i mezzi e la giustificazione di un’ermeneutica femminile e femminista del Corano e della Sunna.


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