#BringBackOurGirls

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Il gruppo integralista Boko Haram rapisce 300 studentesse nigeriane, prelevandole, nella notte, dai loro letti. È il 15 aprile, quando apprendo la notizia, dal web. Rabbia, tanta rabbia, è ciò che sento. Di quella rabbia che vorrei gridarla, urlarla. Ma che, alla fine, muore in gola. Senza voce.

E, poi, arriva lei, Malala. Impugna un pennarello e, su un cartoncino bianco dà voce alla mia rabbia.

Malala è la ragazza pakistana che, mesi fa, un talebano ha tentato di uccidere. Perché Malala è una femmina che desidera. E i talebani lo sanno bene: una femmina che desidera è forte più di cento pistole.

Malala desidera andare a scuola. Lo desidera per lei, per le bambine della valle dello Swat e di tutto il mondo. E Malala questo desiderio lo nomina, con voce chiara, ferma, decisa. Non gridata e nemmeno urlata. La sua è voce potente. È voce che trasforma «debolezza, paura, e disperazione» in «coraggio, energia e forza». È voce del desiderio, quella che risuona dentro e poi, scorre fuori. Attraverso voci di altre. Chiare, ferme, decise. Potenti anche loro. Quelle di first lady, modelle, attrici, cantanti. 

Quella mia e di Caterina. Che durante la nostra pausa: ‘L’hai portato il cartello?’. ‘Sì, eccolo. L’ho preparato in treno’. ‘Signora, ci può fare una foto?’

Annaccì e Caterina #Bringbackourgirls

Eccoci, quindi, io e Caterina, insieme. Insieme a Malala, a tutte.  Eccoci io e Caterina, mentre anche noi diciamo #BringBackOurGirls. Mentre diamo voce al desiderio. Di Malala, di tutte, nostro. Il desiderio che le bambine possano andare a scuola. Che le bambine possano, essere nel mondo. E noi, con loro.


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