Arrabbiarsi, amando

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«Fanno bene! Fanno bene a mettere le bombe ad Equitalia! Tanto se scendiamo in piazza non ci ascoltano!».

Queste le parole di G. Parole proferite con l'energia dei suoi 17 anni. Parole cariche di energia, certo, di rabbia. Ma non si può non leggere, in quelle parole, una nota di rassegnazione. Rassegnazione. Un sentimento che un ragazzo, un bravo ragazzo, sveglio, brillante, come G. non dovrebbe conoscere. Ebbene, la rassegnazione non genera solo inazione. La rassegnazione induce bravi ragazzi, svegli, brillanti, uomini rispettabili, laboriosi a pensare che la violenza sia l'unico strumento di cambiamento. La logica, questa volta, è quella del “a mali estremi, estremi rimedi”. Una logica pericolosa, perchè capace di generare solo anarchia, caos e, quindi, distruzione.

Ma la rabbia, la rabbia sociale è un diritto. Perché «arrabbiarsi è un atto di amore» (cit. Don Ciotti). E amare è un diritto. E, in questo momento storico, abbiamo tanto bisogno di amare, di comunicare, di sentirci in relazione con gli altri. Un bisogno che solo la coscienza collettiva può soddisfare. Solo percependo il nostro io in un noi cosmico possiamo superare la rassegnazione. Solo recuperando la forza della comunità e il senso di corresponsabilità che esso comporta possiamo agire. Azione ,quindi, come impegno sociale.

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«Tanto se scendiamo in piazza non ci ascoltano!», ripeterebbe G. Ma per quanto legittima, la manifestazione in piazza è l'unico strumento di azione, di impegno sociale? O, meglio, è lo strumento più efficiente? La piazza. Un luogo simbolico, di catarsi. Un luogo in cui la rabbia si libera: una rabbia gridata, sventolata, marciata, secondo un rituale che, da anni, si ripete sempre uguale a se stesso. Un rituale con un inizio e una fine. Una fine che spesso si riduce a uno sterile conteggio umano. E poi? A parte l'illusione di aver fatto qualcosa, tutto rimane come prima.

Non sarebbe, forse, il caso di pensare a strumenti di azione, di impegno sociale più lungimiranti?


3 thoughts on “Arrabbiarsi, amando

  1. Verissimo. Vorrei però ricordare che anarchia non vuol dire caos. Per molti grandi pensatori e militanti “anarchia non vuol dire bombe ma eguaglianza nella libertà”. Non violenza quindi ma vero cambiamento sociale a partire da persone comuni che si autorganizzano, con strumenti di azione ben più lungimiranti che manifestazioni o gambizzazioni.
    Grazie 🙂

    • Grazie a te, per l’interesse 🙂
      Nel post ho usato anarchia col significato di assenza di regole. L’accezione negativa si contrappone alla profonda fede che nutro nelle regole.
      Sperando in un prossimo confronto, ti ringrazio di nuovo

  2. Con le parole possiamo indicare diversi significati…ma il vero significante del tutto siamo noi…possiamo quindi “scremare” da un vocabolo quella connotazione che si ritiene inesatta o non indicante il significato più vicino a quello pensato….

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