Sandra di ‘Charlot Non Solo Merceria’

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 Charlot Non Solo Mercheria

Via C. Fedeli, 7, Pisa

Blog: Charlot non solo merceria

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Quando passo il filo nella cruna dell’ago, è un momento magico. 

Sandra è una donna accesa. Me ne accorgo subito. Dal sorriso. Che Sandra sorride come la bimba che ancora vive in lei. Quella bimba che, a 8 anni, stressava la madre, perché comprasse una merceria. La stessa che, a 28, la merceria l’ha comprata da sé. Quella bimba che poi, a  52, ha realizzato il sogno di sempre. Una merceria non solo merceria.

Sorriso di Sandra

Che da Charlot ci sono bottoni e stoffe, nastri e gomitoli e, poi, aghi, ferri e macchine da cucire. Tutti in bella vista, qualcuno appeso ad un albero altri, a riposo, in una cesta o su un ripiano.

Ma da Charlot ci trovi soprattutto Sandra. E la trovi, nelle sue meravigliose creature di stoffa e fili. Insegne e casette, pronte a far sorridere la porta di casa e te che ci entri. E poi cuori, fiori e farfalle, tutti e tutte, in paziente attesa, di colorare muri bianchi e di vestire finestre spoglie  E, ancora, sacchi, sacchetti e bustine, che non vedono l’ora di riempirsi di piccoli grandi tesori di vita quotidiana. Come l’astuccio da cucito di Sandra. Quello che mi mostra orgogliosa: «Guarda, l’ho fatto io»

Lì da Charlot, Sandra la trovi proprio in carne ed ossa, pronta a insegnarti come diventare madre, a tua volta, di quelle creature di stoffa e fili. Maestra di entusiasmo e passione, come lo sono state, per lei, la zia e la signora Carla, vicina di casa e sarta di abiti da sposa. «Da bambina, mi piaceva tanto stare da loro», mi rivela Sandra. E mi racconta delle sue piccole mansioni, delle imbastiture a punti molli, di quella volta che le chiesero di fare una cosa importante. Uno zig zag, a macchina, a margine di una vestaglia, «Dhe!», esclama Sandra, «credevo di toccare il cielo con un dito!». Mi racconta, poi, di quello spazio-tempo, tutto al femminile, «Eravamo sempre tante, soprattutto dalla Signora Carla. C’era sua madre, sua nonna, sette, otto donne tutte insieme. Era bellissimo, mi sentivo a casa mia». E quell’atmosfera morbida, intima, quella dei ricordi di bimba, Sandra l’ha ricreata, nei suoi corsiper riviverla ancora. Ad esempio, nel Mistery Quilt. «Quilt? Cos’è?» le chiedo, curiosa. «Il quilt è l’impuntura che tiene insieme una trapunta patchwork», mi spiega, mostrandomi la coperta appesa in alto, di fronte a noi. Un collage di stoffe, colori e disegni. «E Mistery, perché?», le chiedo sempre più curiosa. «Perché, alla fine, nessuna sa quello che verrà fuori», mi dice Sandra, sorridendo compiaciuta, «Io scelgo un tema e, di mese in mese, preparo un piccolo carta-modello, della dimensione di un quadrato della trapunta. L’ultimo Mistery Quilt era sulla città di Pisa…aspetta, ti faccio vedere», e così dicendo, Sandra va sul retro del negozio e torna con una borsa traboccante disegni e stoffe. Ci rovista dentro e tira fuori delle veline. E sul tavolo, si srotolano davanti a me scorci noti, familiari, disegnati con dovizia di particolari, degna di un architetto.

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«È meraviglioso!, esclama illuminandosi, «Ognuna realizza il disegno, scegliendo le stoffe e i colori che preferisce. Ognuna dà la sua interpretazione. E, alla fine, è un mistero anche per me!». Sorrido. Mi ritornano alla mente i telefilm americani, quelli in stile ‘casa della prateria’. Che c’era sempre la trapunta di famiglia. Quella che ogni quadrato era una figlia, una mamma, una nonna, una bisnonna. Sorrido, alla bellezza della relazione femminile che scorre fluida e si materializza. In una trapunta. Che puoi toccare, accarezzare, sentire. Sentire te stessa in relazione ad altre, come te.

Momenti morbidi

E mentre penso questo, Sandra mi rivela: «Sai, anche la zia, ha seguito uno dei miei corsi». E si emoziona. Si emoziona al suono di quella rinnovata continuità. «Che mia zia è sarta, ma di cucito tradizionale. Il cucito creativo, il patchwork sono altro. Anch’io ho dovuto imparare». E, così, Sandra mi racconta del suo primo corso di patchwork. Da allieva. «Era il 17 giugno 1999, andai a Firenze, dalla signora Maria e con lei feci una full immersion nel patchtwork. La sera tornai a Pisa che ero ubriaca! Avevo una carica, un entusiasmo!», E sul suo viso si accende il sorriso della bimba che aveva fatto il suo primo zig zag, a macchina. D’altronde, maestra di entusiasmo e passione lo si diventa così. 

«Mi sembra di capire che il patchwork ti piaccia tanto», le chiedo. «Sì», mi conferma Sandra, «il patchwork è…» e in attesa delle parole, Sandra allarga le braccia e alza lo sguardo, trasognata, innamorata. Poi, arrivano anche le parole: «Col patchwork io racconto. Racconto con ago, filo e stoffe. E, alla fine, mi sento come se avessi scritto un libro». Sorrido. In quelle parole, mi sembra di scorgere, me stessa. «Ho sempre tante idee per la testa! Dovrei avere mille mani per realizzarle tutte quante» esclama Sandra, ridendo «Ma non importa, a me piace anche solo pensare a tutte queste cose». Ecco. Ora mi vedo in lei, chiaramente. Vedo quella capacità di godere del processo, di ogni suo singolo momento, proprio, mentre sta accadendo. Che non è inconcludenza. ‘È il piacere di fare quello si sa fare, a partire da sé’, direbbero Gianna e Giò di Labodif.

Sandra è una donna accesa. Senza dubbio. E, ora, ha acceso anche me. 

[Grazie, questa volta, a Claudia Molfetta, che saltando qua e là per il negozioha catturato preziosi frammenti di valore]


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