Daria Palotti

Postato il

Mani D'Aria a lavoro

   Daria Palotti

Pagina Facebook: Daria Palotti

Pinterest: Daria Palotti

Niente succede in un giorno. 

Daria si rifugia dietro la sua postazione. Il grande tavolo di legno, pieno di tubi, colori e pennelli. Al centro, svetta lei, la creatura a cui sta lavorando. È la sirena in terracotta. La riconosco. Dalla manina. Quella che, pochi giorni prima, Daria ha pubblicato su Facebook. «Non so perché, ma ‘la manina’ ha riscosso un sacco di successo», dice Daria. È basita e divertita, al tempo stesso. Io, intanto, mi sono persa. Tra le dita di quel dettaglio, così potente. Ci sento la cura, la dedizione, la forza creatrice di altre dita. Quelle di Daria. «Guarda», mi dice lei. Sollevo lo sguardo, dalla manina e mi lascio guidare, verso altri dettagli. Gli occhi. «Ci ho spennellato della colla vinilica. Sai, per fare l’effetto lucido. Che così, sembrano vivi». Li guardo quegli occhi. Mi guardano, anche loro.

La Sirena

«Hai sempre saputo che avresti fatto l’artista?» le chiedo. «Quando era piccola, tutti mi dicevano: ‘è proprio brava a disegnare, come suo padre’», mi risponde Daria, mentre intinge il pennello nel barattolo di colla vinilica. Quello dell’effetto lucido. «Il mio babbo è un artista, quindi, sembrava scontato che lo sarei stata anche io. Ma, allora, non ci pensavo proprio», continua Daria. E, intanto, passa il pennello imbevuto di colla sui polpastrelli e, poi, li sfrega tra loro. Delicatamente. Guardo i frammenti di colla piovere sul tavolo. Sorrido. Anch’io da bambina, giocavo, così, con la colla vinilica. Mi rilassava. «Io volevo fare la psicologa», mi rivela Daria, «Poi, una mia amica mi disse ‘Andiamo a Firenze!’. Ed io: ‘Va bene!’ E, così, ci iscrivemmo al liceo artistico». Poi, ridendo, mi confessa: «Ma era più, per il fatto di andare a Firenze». Rido con lei. E intanto la immagino bambina, ragazza, giovane donna. La immagino, mentre ogni mattina, lascia le rassicuranti pendici del Monte Serra, verso  l’altro mondo. Alla scoperta di Che Guevara, i Doors, Guccini.

Momenti

«Che avrei fatto l’artista, la pittrice di mestiere, l’ho capito da poco, in realtà» mi rivela Daria, a testa bassa, continuando a giocare con i pennelli. «In questi anni ho fatto altro», mi racconta, ancora a testa bassa, «Ho lavorato tanto con i bimbi. Me ne sono passati davanti a generazioni».

Poi, all’improvviso, Daria alza la testa, tira su l’indice ed esclama: «Ah, questa è ganza!». Me la racconta: «Durante un laboratorio sui diritti umani, con i bimbi abbiamo riprodotto la Guernica. A dimensioni naturali eh! Otto metri per cinque», e allarga le braccia, mimandone la grandezza. «Ora è esposta al museo storico dell’ONU. Col vetro davanti!» specifica, quasi sorpresa di quell’accortezza. «Sono orgogliosissima di questo lavoro! Insomma, non è ganzo!». Sorrido. Daria, finalmente, si è accesa. «Il mio nome non c’è, ma l’ho fatta io, insieme ai bimbi!», continua, rivolgendosi a se stessa, soprattutto. E così, di cose ganze ne vengon fuori tante. In un fiume inarrestabile di ‘e poi’, ‘e poi’. «E poi, ho decorato una piazza a Pisa. Piazza San Cosimo e Damiano. Cavoli! ho decorato una piazza e non lo dico mai! E poi, a Nodica c’è una mia madonnina. E poi, con una mia amica, abbiamo fondato una scuola di arti circensi. E poi ho fatto scenografie. Una ha anche vinto un premio. Scrivile, scrivile queste cose, che poi me le scordo!», mi incita. E io scrivo, scrivo tutto. Che lo so, lo so. Il valore va nominato, altrimenti non esiste. Non lo vediamo noi, non lo vedono gli altri. «Hai anche illustrato dei libri», la incalzo. «Ne ho illustrati ben nove di libri! Cappuccetto Rosso, Pinocchio…Eccolo qui  Pinocchio!», esclama, mostrandomi il libro.

Le avventure di Pinocchio

«Questo ha anche i gadget! Te li devo far vedere, sono troppo bellini!». Sorrido. Daria, si è accesa, si è proprio accesa. Sono contenta. «Vedi, ci sono gli album da colorare e la cosa più ganza sono le mascherine!» e, così dicendo, ne indossa una. Quella della fatina. Poi, se la toglie, torna seria e mi rivela: «Pinocchio è stato una gran soddisfazione, tanto che una signora di Collodi mi scrisse, dicendomi che aveva comprato il mio Pinocchio, che le era piaciuto. E che, a Collodi, il mio è stato il più venduto. È una cosa bella», dice Daria, sempre a se stessa. «Insomma, perché avrebbe dovuto inventarselo», continua, come a convincersene.

Allo specchio

Intanto, Claudia, vaga di stanza in stanza, catturando, qua e là, frammenti di bellezza con la sua Reflex. Che casa di Daria è un’opera d’arte. Daria abita all’ultimo piano di un monastero del 1300, a Vicopisano. «L’ho ereditato da mia nonna. Ho lasciato Firenze e mi sono rifugiata qui. Quando sono arrivata, era tutto da rifare». Mi guardo intorno. Penso a come doveva essere prima. Penso alla fatica, alla gioia della ricostruzione. Della rinascita. Ora, la casa è decisamente piena D’aria. Libri, fumetti, enciclopedie, foto, ritagli, cristalli, quadri. Anche i suoi, ovviamente. C’è persino l’albero di Natale. D’altronde, Natale è uno stato, una condizione. Anche a febbraio.

Frida

Ritorniamo a noi. «Come ti senti, guardandoti indietro, ripensando a tutte le cose che hai fatto?», le chiedo. «Come mi sento? Vecchia, mi sento! Che poi le cose non me le ricordo». Ridiamo. Ma in qualche sua intervista, in giro per il web, Daria aveva detto altro, a proposito del suo percorso. Parole bellissime, che parlavano femminese. Di quelle che mi risuonano, dentro. Gliele ricordo:

Credo che la sperimentazione, il cercare, la curiosità siano importanti e non necessariamente facciano perdere la strada, ma che anzi la illuminino con nuove luci che rendono visibili incroci, strade secondarie, sentieri.

Cappuccetto rosso

Daria sorride, sorpresa quasi. Che io quelle parole le avessi lette, apprezzate. E poi, mi rivela: «Niente succede in giorno». Già, non è come nei film. Nella vita, vita da femmina, da quegli incroci, strade secondarie, sentieri ci devi passare. Non è inconcludenza. È ‘vivenza’, come disse, una volta, la mia amica Silvia. Che poi, all’improvviso, quando meno te l’aspetti, arriva La Luce, quella che illumina l’obiettivo. Che, poi, a dirla tutta, in femminese ‘obiettivo’ si dice ‘desiderio‘. E il desiderio, di solito,  lo accende un’altra. «Ho capito che la pittura sarebbe stato il mio mestiere, quando la mia amica Maria mi ha detto: ‘Quand’è che ti metti a fare seriamente le tue cose?’», mi conferma Daria, «Mi è scattato qualcosa, proprio lì, in quel momento». Che nella vita, vita da femmina, non è mai troppo tardi né troppo presto. È il momento giusto. Quello propizio.

Sirena e uomo-pesce

Lo stesso, vale per il processo creativo. Che per quel quadro, quello della sirena e del pesce-uomo in gabbia, un quadro per un concorso, Daria ci ha lavorato per giorni. Ci ha pensato, ripensato. «Poi ho cambiato tela, ne ho iniziato uno nuovo e l’ho finito. In tre secondi», mi racconta Daria. E, non è vero quel che dice. Che le sue parole tolgono poesia al momento creativo. Perché il gioco di luce, la luce che dal basso illumina la trapezista e il trapezista in amore, il gioco che Daria si è divertita a creare, non è certamente meno poetico dei soggetti del quadro. Anzi. In quel gioco di luce c’è lei. C’è Daria che ricerca, sperimenta. Si diverte. E non c’è niente di più poetico che immaginare il sorriso di Daria, mentre crea quel gioco di luce.

Gioco di luce

La stessa poesia la ritrovo, mentre racconta come sia riuscita a vendere i suoi quadri. Non che le siano mai mancate le offerte. È che c’era sempre un difetto. Un’imperfezione. «Poi regalai un mio quadro a Lucia, una mia amica. Lo avevo visto, in casa, le era piaciuto. Fu contenta matta. Realizzai, per la prima volta, che un mio quadro valesse un regalo». Sorrido. Che anch’io misuro il mio valore, attraverso altre, come me. Sorrido e ripenso all’espressione ‘Non lo vorrei nemmeno regalato!’. Non ha molto senso, in femminese. Va riscritta. Anche questa.


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *