Cronaca di uno stranifegio

Postato il

 

«Devo trovare il modo di portarvi a Mesagne», dissi a Gianna. «Dove?» mi chiese lei. «A Mesagne, a casa mia».

Sono a Mesagne, a casa mia. E su un palco, accanto a me, ci sono proprio loro, Gianna e Giò di Labodif. E da quel palco, Gianna e Giò parlano di differenza. Declinano il mondo al femminile e al maschile. Che anche gli uomini sono sensibili, ma da uomini. Che anche le donne sono forti, ma da donne. Che i bambini le macchinine le fanno scontrare e le bambine le fanno parlare.

«Ciao, Annachiara, ti disturbo?», era Marica, la mamma di Roberta, la mia amica, «Roberta si è decisa a parlarmi della tua esperienza con Labodif. È tutto quello che ho sempre cercato! Mi devi aiutare a portarlo a Mesagne!»

Le guardo Gianna e Giò, mentre si esibiscono nella loro danza. Una danza che conosco bene. Sempre la stessa e sempre diversa. Una danza fluida, fatta di sguardi, parole, immagini, gesti e ‘devo aggiungere una cosa’. E poi guardo, giù, i mesagnesi e le mesagnesi che ascoltano. Hanno le facce concentrate. Interessate. Sorridono. Annuiscono. Anche quelle facce le conosco bene. Sempre le stesse e sempre diverse.

«Ciao, Annachiara, ti disturbo?», era sempre Marica, «ci sono state delle difficoltà. Abbiamo dovuto rinunciare ad un paio di idee. Ma a Labodif, non rinuncio!».

Gianna e Giò parlano, ormai, da un’oretta. C’è, tra il pubblico, chi desiste. Sono le 22:00, d’altronde. E fa freddo. Abbiamo dovuto iniziare oltre l’orario assegnatoci. Che, già, non era dei migliori. Ma Gianna e Giò parlano ormai da un’oretta e c’è anche chi, tra il pubblico, resiste. E l’atmosfera che si respira è intima. Tesa. Di quella tensione che accende le lampadine. E anche quell’atmosfera la conosco bene.

«E, poi, Annachià ho letto anche il tuo blog. E mi piace questa idea del femminese. Vorrei che intervenissi anche tu, insieme a Labodif».

Giò, poi, mi passa il microfono. Lo prendo con la mano destra. ‘Così poi, con la mano sinistra puoi girare le pagine e all’occorrenza gesticolare, come hai provato con Caterina’. Inizio a parlare. ‘Scandisci bene le parole. Così  brava Annaccì’. Voglio esagerare: guardo le persone e sorrido loro. Anche loro mi guardano. E mi sorridono. ‘Stai andando bene, Annaccì, continua così’. E continuo. A parlare e a girare. A scandire e a guardare. Emozionata, sempre. Tanto quanto basta, perché a tremare sia solo la mia mano. Tanto quanto basta, per godermi «il suono di me quando sono me». Tanto quanto basta, per vivermi Labodif a casa mia.

«Come direbbe Maria Rosaria, uno stranifegio è stato!» esordisce Marica, l’indomani. «Cos’è esattamente uno stranifegio?» chiedo a Maria Rosaria. «È come quando passa una tempesta e niente, dopo, è come prima».

Ci ritroviamo tutte, l’indomani, a fare colazione. Io, Marica, Maria Rosaria, Gianna, Giò e tutte le mie compagne labodiffe, Francesca, Flavia, Rosa e Maria. Ci ritroviamo tutte a far vivere quei «fili invisibili e resistenti» che hanno reso possibile quello stranifegio. E li facciamo vivere perché di stranifegi labodiffi, a Mesagne, ne desideriamo altri.


2 thoughts on “Cronaca di uno stranifegio

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *