Fiori nelle granate

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Fiori nelle granate

Da giorni, oramai, scorrono sullo schermo le notizie degli ultimi bombardamenti israeliani sulla striscia di Gaza. Ennesimo rigurgito dell’annoso conflitto israelo-palestinese. «È un conflitto complesso», dicevano i professori dalle cattedre dell’università. E ci diedero un libro. Lo studiai, per trovare un senso a quel complesso conflitto. Ma ci trovai solo un’ordinata e ricercata sequela di guerre, trattati, numeri, anni. C’erano anche nomi, tanti nomi. Ma solo di quelli che contano. E cartine, tante cartine. I libri sui conflitti ne sono sempre piene. Come se il senso fosse lì, tra quelle linee chiamate ‘confini’. Scorrevo l’indice lungo quelle linee, come una rabdomante alla ricerca dell’oro. Ma non ho ci ho mai trovato niente. Nessuno. Solo angosciante impotenza. ‘Non avrà mai fine questo complesso conflitto’, mi dissi. Chiusi il libro.

E, poi, è arrivata lei, la donna palestinese che pianta e coltiva fiori nelle granate.

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#BringBackOurGirls

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Il gruppo integralista Boko Haram rapisce 300 studentesse nigeriane, prelevandole, nella notte, dai loro letti. È il 15 aprile, quando apprendo la notizia, dal web. Rabbia, tanta rabbia, è ciò che sento. Di quella rabbia che vorrei gridarla, urlarla. Ma che, alla fine, muore in gola. Senza voce.

E, poi, arriva lei, Malala. Impugna un pennarello e, su un cartoncino bianco dà voce alla mia rabbia.

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Cate Blanchett ai Sag Awards

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Cate Blanchett SAG Awards

ph: Cate Blanchett ai SAG Awards/Labodif

Lei parla. Si racconta a chi le ha chiesto di raccontarsi. Ma lo sguardo della camera si abbassa. Pronto a scivolare lungo il suo corpo. Dal basso verso l’alto. Si fa così con i bei corpi femminili che transitano sui tappeti rossi. Ma lei, Cate Blanchett, smonta quello sguardo.

Smonta un’inquadratura di sé (che non dice di sé).

Gianna Mazzini, Labodif

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Corte Europea: il cognome della madre è un diritto

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attrice Maclaine madre figlia fotografia vintage

ph: Allan Grant/Pinterest

Sentenza della Corte Europea: dare il nome della madre al figlio (o alla figlia, aggiungo io) è un diritto.

È il 7 gennaio 2014. Leggo la notizia e ricordo. Ricordo, come si ricordano i sogni della notte, al risveglio mattutino. Ricordo la sensazione, vivida, intensa di smarrimento. Smarrimento di me bambina, quando gli altri, le altre, guardandomi, dicevano: «Non c’è niente da fare, l’impronta è quella degli Zurlo». Zurlo è il cognome di mia madre. E l’impronta che vedevano in me,  bambina, era la sua. E della madre di mia madre. Che, però, non si chiamava Zurlo.

E neanche io mi chiamo così. Alla domanda ‘come ti chiami’, dovevo rispondere ‘Annachiara’ e far seguire ‘Scalera’. Il cognome di mio padre. E basta. Mi sarebbe piaciuto, fin da bambina, poter aggiungere ‘Zurlo’. Il cognome di mia madre. D’altronde l’impronta era quella.

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JFK: se fosse stata una presidenta?

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Jhon Kennedy. Oggi ricorre l’anniversario della sua morte. Di lui, tra le altre cose, si ricordano le donne.

Le amanti, le avventure, le scappatelle: le ‘conquiste’.

 E poi la moglie: ‘la first’. 

Tutti lo sapevano. Delle sue amanti, avventure, scappatelle. Lo sapeva anche ‘La first’ che è rimasta con lui ‘nonostante tutto’. Perché, in fondo, è stata ‘l’unica che abbia mai amato’. Così, la si ricorda ‘La first’. Quella che ‘nonostante tutto’, ‘l’unica che abbia mai amato’. La moglie. Lo sapevano i suoi collaboratori che lo ammonivano. Ma alla fine, lo lasciavano fare. Sopra, ci buttavano un velo. E nessuno diceva. Era normale, in fondo. Le amanti erano avventure, scappatelle. Conquiste. Così le si ricorda. Non persone, donne. Perché, un uomo di potere, quello fa. Conquista.

E poi, ognuno nella vita privata fa quello che vuole. Perché un uomo di potere non dovrebbe? Che importa delle amanti, avventure, scappatelle e bunga bunga. L’importante è che faccia bene il suo lavoro. Anzi, beato lui!

Mi chiedo, però: «se fosse stata una presidenta? Se fosse stata una presidenta, femmina, ad avere amanti, avventure scappatelle, la si ricorderebbe allo stesso modo?».

«Basta una macchia, piccola, minuscola. Basta una macchia sulla reputazione di una donna, per sporcarla tutta». Mi rispondo così. Con la frase che mia madre mi ripete, fin da quando ero una ragazzina.


I quit

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youtube marina shrifin i quit

Mi fermo, per un minuto e quarantacinque secondi. A guardare Marina che balla e si licenzia.

E per quel minuto e quarantacinque secondi, sorrido e mi emoziono. Di ammirazione. Perché Marina ha dimostrato che non c’è bisogno di sacrificare se stesse, per ottenere successo.

Sorrido e mi emoziono. Di speranza. Perché Marina ha dimostrato che proprio esprimendo se stesse si ottiene successo.

Sorrido e mi emoziono. Di empatia. Perché anch’io ho provato un disagio simile. Quando leggevo il mio curriculum. Ed io lì dentro non c’ero.

Sorrido e mi emoziono. Di complicità. Perché anch’io come Marina ci ho provato. Quando il mio curriculum l’ho riscritto. ‘Senza evitarmi’. ‘Come se parlassi con me stessa’.

E per quel minuto e quarantacinque secondi me lo concedo di sorridere ed emozionarmi. Almeno per quel minuto e quarantacinque secondi, crisi e disoccupazione le lascio fuori. Che anche se è una mossa studiata a tavolino dall’azienda, sorrido e mi emoziono lo stesso. Perché, in ogni caso, è una mossa che dà valore al desiderio di rimanere aderenti a sé.

Desiderio che, date le visualizzazioni e la viralità del video, pare essere largamente condiviso.


Gli alberi di Gezi Park sono potenti

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gezi park tyrkey revolution

Gli alberi. Quelli che il governo turco vorrebbe abbattere. Per sostituirli con un centro commerciale e moschea annessa.

Gli alberi. Quelli che uomini e donne hanno protetto. Semplicemente essendo. Lì.

Gli alberi. Solo un pretesto. Leggo su alcune testate giornalistiche. Forse, sì. Politicamente parlando.

Ma, simbolicamente parlando, quegli alberi sono potenti. Perché sono terra, aria, colore. Vita.

E quegli uomini e quelle donne. Insieme, sono potenti, anche loro. Perché proteggono la vita, semplicemente essendo. Lì.

E per dirla tutta, cogliere e accogliere la potenza simbolica di quegli alberi, di quegli uomini e, soprattutto, di quelle donne è vitale. Anche politicamente parlando. Ed è vitale per scongiurare il rischio di ogni ribellione. Il rischio che tutto rimanga come prima.